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Mangiare la buccia del formaggio fa male? La verità che divide gli esperti di cucina

La scena è questa: tagli l’ultimo spicchio, resti con la crosta in mano e una domanda che divide tavole e cucine. La butto o la mangio? Alcuni chef giurano che sia oro. Altri storcono il naso. In mezzo, noi, con la voglia di sapore e il timore di sbagliare.

La verità è meno romantica e più utile: dipende. Non tutte le croste sono uguali. E non tutto ciò che protegge un formaggio nasce per finire in bocca. Il rischio reale non è la “chimica cattiva”, ma igiene, trattamenti di superficie e presenza di muffe non volute. Partiamo da qui, senza fretta, come si fa con un tagliere ben fatto.

Quando evitarla: rivestimenti e trattamenti

La crosta del formaggio può essere naturale o artificiale. Le croste artificiali sono fatte di cera, paraffina o sottili pellicole plastiche. Le trovi spesso su Gouda ed Edam, ma anche su alcuni formaggi a pasta dura economici. Sono protettive, non alimentari. Non sono commestibili. Non “migliorano” in cottura. Non si recuperano.

Mangiare la buccia del formaggio fa male? La verità che divide gli esperti di cucina

Nei prodotti industriali compare talvolta un conservante in superficie, la pimaricina (E235). Serve a frenare le muffe. Se l’etichetta dice “crosta non edibile”, prendi la frase alla lettera. Anche grattarla via non la rende adatta a essere mangiata.

Un capitolo a parte riguarda i formaggi molli e le categorie fragili. Le linee guida sanitarie sconsigliano croste di formaggi morbidi non pastorizzati a donne in gravidanza, anziani e persone immunodepresse per il rischio di Listeria. È prudenza, non allarmismo. Non sempre c’è un dato certo su ogni singolo caseificio; in assenza di informazioni chiare, meglio evitare.

Quando gustarla e come recuperarla

Le croste naturali a pasta dura sono un piccolo tesoro. Pensa al Parmigiano Reggiano o al Grana Padano: la crosta è solo formaggio essiccato. Raschia bene la superficie con un coltello o una spugnetta pulita. Poi tuffala in minestroni, zuppe o sughi. In cottura si ammorbidisce e rilascia un umami rotondo, quello che fa dire “manca qualcosa” quando non c’è.

Le croste “fiorite” come Brie e Camembert devono il loro manto bianco alla muffa nobile, la Penicillium camemberti. È commestibile e dà quel profumo di champignon che ami o detesti. Le croste “lavate”, aranciate e un po’ umide, come Taleggio o Puzzone di Moena, sono spazzolate con acqua e sale in stagionatura: si mangiano, ma hanno carattere. Se l’aroma è troppo deciso, puoi assottigliarle o usarle in cottura.

Due trucchi pratici:

– Croste di Parmigiano pulite nel microonde: 30–45 secondi alla massima potenza. “Soffiano” e diventano croccanti. Salale leggermente quando sono ancora calde. Non provare con cere o paraffine.
– Scorte furbe: congela le croste naturali in un sacchetto. Aggiungile al volo mentre cuoci legumi o riso. Rimuovile prima di servire.

Ricetta veloce: brodo di croste di Parmigiano

– Metti 3–4 croste naturali ben raschiate in 1,5 litri d’acqua.
– Aggiungi una cipolla piccola, una costa di sedano, una foglia d’alloro, qualche grano di pepe.
– Fai sobbollire 45–60 minuti. Filtra. Regola il sale alla fine.
– Usa il brodo per un risotto semplice, per tirare una zuppa di verdure o anche da bere, chiaro e saporito.

Alla fine la domanda resta la stessa, ma suona diversa: non “si può?” bensì “come la tratto oggi?”. La crosta giusta, nel piatto giusto, cambia il passo a una cena feriale. Vale la pena ascoltarla: sotto quella pelle c’è spesso una storia di latte, tempo e pazienza che chiede solo di essere finita bene. E tu, di che squadra sei quando arrivi all’ultimo morso?

Delania Margiovanni

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